Soggetto: Bambino Gesù con croce
Epoca: XVII secolo
Autore: Guido Reni (bottega)
L’ opera che presentiamo costituisce un’originale ripresa ed elaborazione del prototipo reniano del “Gesù Bambino dormiente sulla croce”.
Suddetto modello godette infatti di particolare fortuna soprattutto in forza della crescente domanda del soggetto iconografico rappresentato da parte di collezionisti in ambito bolognese e romano.
Le ragioni di questa fortuna affondano anzitutto le radici nell’intuizione, tutta reniana, di fondere in un unico soggetto iconografico il tema classico e pagano del Cupido dormiente con quello cristiano della passione di Cristo, simbolicamente prefigurata attraverso un esplicito richiamo al testo biblico veterotestamentario del Cantico dei Cantici (V, 2), un’intuizione qualificata dallo Strinati come vera e propria “invenzione” del Reni.
Quest’armonica fusione sarà il fulcro di un’altra rappresentazione pittorica, celebre nelle varie versioni del Reni: il martirio di san Sebastiano, nuovo Apollo raffigurato nelle vesti del martire cristiano alieno dai tormenti della carne, tutto teso a risvegliare sensuali voluttà (Guido Reni, Il tormento e l’estasi, I san Sebastiano a confronto, a cura di P. Boccardo e X. Salomon, 2007).
Palesi sono i precedenti caravaggeschi (Caravaggio, “Amorino dormiente”, Firenze, Galleria Palatina), visibilmente rintracciabili già in un dipinto presente nella collezione Corsini a Roma ed ascritto al Reni dal Boehn (M. von Boehn, Guido Reni, Leipzig 1910, 1925 rist.).
Al Reni, al quale il Malvasia attribuisce ripetutamente “Amorini dormienti” sono stati ricondotti un “Putto dormiente” in collezione privata a Milano (Riccoboni, “Emporium”, 1961), senza croce, quanto un analogo soggetto nella collezione Durazzo Pallavicini a Genova (Torriti, 1967).
In particolare, il putto dormiente di cui fa menzione il Riccoboni, costituisce una ripresa di un’opera del Reni (olio su rame) custodita al Princeton Art Museum e raffigurante Gesù Bambino dormiente sulla croce.
Nel Settecento l’opera figurava nella collezione Orleans per poi passare, nel secolo scorso, a quella inglese del duca di Bridgewater e quindi alla Ellesmere, dove rimase fino al 1946. Di tale dipinto esistono incisioni di Le Villain, che ne attestano la paternità reniana.
Oltre a quest’esemplare meritano di essere menzionate le versioni di Auckland (Art Gallery), Digione (Musée Magnin) già Vienna (collezione Liechtenstein).
Sulla peculiare maniera di raffigurare il Bambino come un puttino tondeggiante, se il Malvasia istituisce una derivazione da Ludovico [i. e. Carracci] (“in maniera che la soprabbondandegrassezza delle carni ricoprisse ogni più risaltato muscolo”, altrove il Reni riconduceva questa sua capacità all’esempio di Bagnacavallo (“lodava il Bagnacavallo per i puttini e si fregiava d’ aver da esso appreso il farli così butirrosi e zizotti”).
“Butirroso” appare similmente il nostro Bambino dormiente al pari degli stessi teneri e leggiadri angeli bolognesi di Santa Maria dei Servi, risalenti al secondo decennio del Seicento, “evoluzione trascendente e melanconica del motivo del Bambino Gesù coricato e perlopiù addormentato che aveva occupato ripetutamente e frequentemente il pittore sin dall’inizio del secolo, sia come riferimento alla Vergine, sia come figura isolata” (Andrea Emiliani).
Stephen Pepper, nella sua monografia su Reni (edizione inglese del 1984, edizione italiana del 1988) colloca gli esordi reniani di questo prototipo iconografico, per dirette analogie formali, contemporaneamente al capolavoro dell’ Aurora (1614).
Quanto alla menzionata lezione caravaggesca (si ricordi il “Martirio di san Pietro”, terminato nel 1605 ed oggi alla Pinacoteca Vaticana), essa reca dirette tracce anche nel nostro dipinto, in particolar maniera nel chiaroscuro funzionale ad evidenziare l’incarnato del Bambino, tuttavia con segni di un incipiente abbandono della drammaticità del Caravaggio a favore di un abbozzo di classicismo atto a celebrare la sola grazia del Bambino, così confinando la riflessione sulla passione e morte in una sfera tutta ideale.






































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