Fine del XVIII secolo, inizio del XIX secolo, Venere di Urbino
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Fine del XVIII secolo, inizio del XIX secolo, Venere di Urbino

Fine del XVIII secolo, inizio del XIX secolo

Venere di Urbino

Olio su tela, cm 117 x 158

La tela raffigura una giovane donna nuda distesa su un letto coperto da un candido lenzuolo, il busto sollevato e sorretto da morbidi cuscini bianchi. La figura volge il capo verso l'osservatore con uno sguardo diretto e composto, mentre la mano sinistra copre pudicamente il pube - gesto che rimanda al classico tipo della Venere pudica - e la destra lascia scivolare lentamente alcune rose rosse, fiore da sempre sacro alla dea. Ai suoi piedi, rannicchiato sul letto, dorme un piccolo cagnolino reso con affettuoso realismo. Sullo sfondo, una tenda verde scostata lascia intravedere un interno rinascimentale: due ancelle frugano in un cassone, una inginocchiata a rovistare tra le stoffe, l'altra, vestita di rosso con un'elegante acconciatura, tiene già un ricco abito sulla spalla. Questa copia, eseguita tra la fine del XVIII secolo e i primi XIX secolo, riproduce con notevole fedeltà il celebre originale di Tiziano Vecellio.

La Venere di Urbino fu commissionata da Guidobaldo II della Rovere, rampollo del Ducato di Urbino, che nel marzo del 1538 sollecitava con insistenza il proprio agente a Venezia per ottenere una "donna nuda" di mano tizianesca. L'opera era destinata alla giovanissima moglie Giulia da Varano, sposata nel 1534 per ragioni politiche: il dipinto doveva fungere da modello educativo, persuadendola alle gioie del matrimonio in forma allegorica e culturalmente raffinata. Tiziano rappresentò la dea abbassando i riferimenti mitologici a vantaggio di un ambiente domestico moderno e riconoscibile, trasformando la divinità in una donna viva e presente, capace di incontrare direttamente lo sguardo di chi guarda.

La Venere conquistò da subito una larga fama, moltiplicando le richieste di repliche e varianti sia per Tiziano che per altri pittori veneziani. Nel 1631 Vittoria della Rovere, ultima discendente della dinastia, andò in sposa a Ferdinando II de' Medici portando a Firenze un'inestimabile raccolta di opere, tra cui la celebre tela, che da allora è conservata agli Uffizi. Nei secoli successivi il dipinto divenne tappa obbligata per ogni viaggiatore colto e fu citato in innumerevoli guide. Jean-Auguste-Dominique Ingres ne eseguì una copia nel 1821, oggi alla Walters Art Gallery di Baltimora; persino Giuseppe Verdi ne possedeva una riproduzione nel suo studio a Villa Sant'Agata. La Venere di Urbino si inserisce nel solco della Venere di Dresda di Giorgione, della quale rappresenta una versione più esplicita e provocante: là la dea dormiva, ignara dello sguardo altrui; qui invece lo cerca e lo accoglie. Fu proprio questa carica di presenza consapevole a fare da modello per generazioni di artisti: Francisco Goya con la Maja desnuda, Ingres con la Grande odalisca, e infine Édouard Manet, che copiò il dipinto nel 1856 e ne riprese con precisione l'ambientazione per la sua Olympia del 1865, opera scandalosa che traspose il tema rinascimentale nella modernità parigina, chiudendo idealmente un cerchio lungo tre secoli.

8 000 €

Epoca: XVIII secolo

Stile: Altro stile

Stato: Buono stato

Materiale: Olio su tela

Larghezza: 158

Altezza: 117

Riferimento (ID): 1775106

Disponibilità: Disponibile

Foglio di stampa

Via C. Pisacane, 55 - 57
Milano 20129, Italia

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