Francesco Londonio (Milano, 1723 -1783)
Paesaggi con pastori e armenti
olio su tela, cm 47 x 39
Londonio iniziò la sua carriera artistica come allievo di Ferdinando Porta a Milano, formandosi inizialmente nella tradizione della pittura di storia. Un viaggio giovanile a Parma, verosimilmente intrapreso per studiare l'opera di Antonio Allegri, detto il Correggio, testimonia il suo precoce interesse per la grande tradizione emiliana. Tuttavia, il suo percorso artistico subì una svolta cruciale e innovativa, abbandonando la pittura storica per dedicarsi al genere animalista e pastorale. Questa conversione, presumibilmente avvenuta nel quinto decennio del Settecento in Lombardia (tra Milano e Cremona), fu non solo un cambio di soggetto, ma una vera e propria riformulazione del genere, capace di intercettare le istanze culturali più avanzate della Milano del secondo Settecento. Le fonti di questa nuova visione furono molteplici e prevalentemente nordiche: figure come Berchem, Adiaen van de Velde o Peter van Laer detto il Bamboccio e Willem Romeyn, le cui "bambocciate" ricche di cavalli e armenti erano ben rappresentate in collezioni milanesi come la galleria della Porta (già Parravicini), fornendo uno stimolo diretto. Accanto a questi, Londonio integrò influenze italiane: la resa degli animali fu debitrice di Giovanni Battista Castiglione (il Grechetto), mentre le figure, pur conservando l'agile grazia barocchetta appresa da Porta, mostrano il forte ascendente di Giacomo Ceruti, evidente soprattutto nell'intonazione patetica e nell'ottica ravvicinata delle figure isolate presenti nelle sue prime acqueforti del 1758-59. Il suo esordio documentato nel nuovo genere si colloca a metà del secolo, con il disegno del 1753, Un toro e una mucca in riposo, e il primo dipinto firmato del 1756, un Mercato di bestiame, che confermò apertamente le sue fonti olandesi. Londonio riuscì così a mediare le influenze nordiche con la sensibilità lombarda, creando un'arte pastorale che definì la sua identità nel panorama artistico settecentesco. L'attività giovanile di Londonio è documentata dalle sue acqueforti (1758-59), tecnica appresa a Milano da Benigno Bossi. Le 103 incisioni totali, suddivise in 10 serie, rivelano un forte ascendente stilistico di Giacomo Ceruti, evidente nell'ottica ravvicinata e nell'intonazione patetica dei soggetti pastorali. Il settimo decennio del Settecento è il periodo più fecondo e documentato della carriera di Londonio. Esso fu segnato da una serie di viaggi di studio fondamentali per l'assestamento e l'arricchimento del suo linguaggio pittorico; fu a Roma (1763) e Napoli (1763-64), con una probabile tappa a Genova. I viaggi si intercalano alla realizzazione di importanti cicli pittorici su tela per le nobili famiglie milanesi Grianta e Alari. La prima metà degli anni Sessanta fu un periodo di grande produttività anche per gli studi preparatori, che costituiscono la spina dorsale della sua prassi esecutiva; si tratta di numerosissimi studi a olio su carta, spesso siglati, destinati a essere riutilizzati in composizioni più ampie. Sono caratterizzati da una pennellata morbida e vibrante e da un vivace chiaroscuro che modella le figure e i motivi. La notevole maestria raggiunta da Londonio nel genere pastorale trovò un formale riconoscimento negli anni Settanta del Settecento. La sua fama è attestata dall'elogio tributatogli nel 1772 dal poeta dialettale e accademico Trasformato Domenico Balestrieri, che, al pari del collega Carlo Antonio Tanzi, possedeva "qualche quadro" dell'artista. Nel corso degli anni Settanta la sua tecnica pittorica si evolve, con la pennellata che si fa più corsiva e nervosa. Un esempio di questo approccio è rintracciabile nella Vecchia contadina filatrice con bestiame del Castello Sforzesco, datata 1775. A questa fase cronologica risalgono, almeno in parte, altri importanti complessi di opere commissionati da influenti famiglie lombarde, tra cui i Borromeo, i Greppi e i Mellerio. Un'attività di grande interesse, che trascende la tela, è legata al presepe di carta dipinta e ritagliata, un genere in voga nella Lombardia del secondo Settecento. Londonio ricoprì un ruolo primario nel rinnovamento di questa tecnica. L’esempio chiave di questa produzione è l'imponente presepe della chiesa di S. Marco a Milano. Eppur marginalmente rispetto alla sua prediletta tematica pastorale, Londonio coltivò anche altri generi. Le sue incursioni si estendono alla natura morta e al ritratto, come dimostrato dal notissimo Autoritratto conservato presso il Castello Sforzesco di Milano.
Queste due scene pastorali, incentrate su pastori e armenti in un paesaggio ombroso, rientrano perfettamente nel corpus pittorico di Francesco Londonio. Lo stile è caratterizzato da una pennellata corsiva e vibrante e da un vivace chiaroscuro che modella i soggetti. Le figure animali, in particolare le mucche, riflettono la scrupolosa osservazione dal vero che Londonio sviluppò nei suoi studi preparatori a olio su carta, il cui corpus più cospicuo, contenente numerosi bozzetti di capi di bestiame, è conservato alla Pinacoteca di Brera. Tali opere evidenziano la sintesi del maestro tra l'influenza della pittura di genere nordica e la sensibilità lombarda del Settecento.





































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