Bottega di Giacinto Diano, (Pozzuoli, 1731 - Napoli, 1803)
Clorinda salva Olindo e Sofronia, 1760 - 1770 circa
Olio su tela, cm 44,5 x 31,5
Questo dipinto dal titolo Clorinda salva Olindo e Sofronia costituisce un notevole esempio della cultura figurativa napoletana di pieno Settecento e, pur non essendo firmato, manifesta evidenti affinità con la produzione di Giacinto Diana, al punto da poter essere attestato a lui o a un pittore a lui vicino. La morbidezza dei volti e la struttura compositiva, che alterna toni lirici e accenti drammatici, richiamano infatti alcuni aspetti ricorrenti nelle opere autografe di Giacinto Diano, come il Martirio di San Sebastiano a Gragnano o il San Michele Arcangelo della diocesi di Napoli. Le somiglianze non si fermano alla fisionomia dei personaggi, ma emergono anche nella vivacità cromatica e nell’eleganza dei panneggi, tratti distintivi della pittura matura di Giacinto Diano. La scena rievoca uno dei momenti più intensi della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso: accusati del furto di un’immagine sacra, i giovani Olindo e Sofronia vengono condannati al rogo dal re Aladino, ritratto come un uomo barbuto vestito di una tunica celeste e un tubante bianco. L’autore costruisce l’episodio con una regia attenta e articolata. In alto a destra Sofronia, figura che riflette coraggio e devozione, domina il gruppo, mentre accanto a lei Olindo condivide in ombra la tragica sorte. Nel brulichio dei carnefici che preparano la pira, l’arrivo improvviso di Clorinda interrompe le loro mansioni e li induce a volgere lo sguardo verso l’alto, attirati dalla figura dell’eroina a cavallo che irrompe sulla scena. Il contrasto con il fondale, risolto in una gamma più fredda e velata che suggerisce le mura di Gerusalemme, accentua la profondità spaziale e conferisce alla scena un tono quasi teatrale. Il momento culminante è infatti l’arrivo di Clorinda, l’eroina saracena che, giungendo a cavallo, interviene per fermare l’esecuzione. La sua figura, slanciata e risoluta, spezza la verticalità della pira e introduce nella composizione una diagonale di movimento che accentua la drammaticità dell’azione. Tale soluzione rimanda ai modelli della pittura napoletana tardo-barocca, in particolare alle celebri interpretazioni del soggetto fornite da Luca Giordano (Genova, Palazzo Reale; Collezione privata), più volte replicate e rielaborate dai suoi seguaci come Paolo De Matteis (Collezione privata). Le caratteristiche stilistiche suggeriscono dunque un artista formato nell’ambiente napoletano, aggiornato sulle soluzioni decorative allora in voga e sensibile ai modelli proposti da Giacinto Diana, del quale rielabora la tavolozza chiara e una tensione verso forme più ordinate che preludono al neoclassicismo. In questo contesto, Clorinda salva Olindo e Sofronia si configura come una raffinata reinterpretazione dell’episodio tassiano, capace di coniugare pathos ed equilibrio compositivo.





































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