Carlo Grossi (Carpi 1857 – Milano 1931), “Le quattro stagioni”, 1919.
Olio su tela, 106 x 107 cm
Firmato “Carlo Grossi/1919” in basso a sinistra.
La serie di quattro dipinti è una delle opere più raffinate e conosciute del pittore carpigiano Carlo Grossi, destinate in origine a Casa Lugli, in via S. Francesco a Carpi. Le tele, di identiche dimensioni, mostrano quattro figure femminili come allegorie delle quattro stagioni; le raffigurazioni sono racchiuse in tondi ed impreziosite da uno sfondo dorato.
La Primavera, rappresentata da una giovane donna dai capelli biondi, appare ridestata da un dolce torpore; la figura è ritratta di tre quarti, nell’atto di portare un grappolo di amarene mature alle labbra; dietro ai rami da frutto possiamo scorgere una cascata di fiori di glicine. La base del tondo è decorata da rose e boccioli, mentre un amorino con la chioma dorata sembra guardarci dall’alto. La composizione è caratterizzata da toni chiari e luminosi, quali rosa e lilla; la natura rigogliosa è definita con un verde tenue, in una tavolozza a basso contrasto visivo.
L’Estate è invece pervasa dal giallo oro del grano maturo, il cui colore si confonde col cielo. Una giovinetta vestita da contadinella sorride timidamente allo spettatore, mentre un putto paffuto sembra conversi con lei, forse riguardo i frutti tra le loro mani. La fanciulla ha appena raccolto alcune pesche dall’albero sulla destra, poste delicatamente in una cesta di vimini; sotto al braccio sinistro porta un falcetto e le spighe appena mietute. La temperatura cromatica calda riflette l’afa estiva.
Nell’Autunno i toni si scuriscono, tingendosi di sfumature violacee. Una donna dagli attributi di Baccante ammira incantata alcuni acini d’uva tenendoli sollevati sopra il capo, in un atteggiamento misto di gioia e stupore; accanto a lei un amorino distratto porta sulla spalla un grosso grappolo maturo. Le due figure sono immerse in un vitigno così fitto e denso da parere una foresta; sulla destra possiamo notare i grossi fiori bianchi e purpurei dell’Alcea rosea.
L’Inverno è personificato da una figura incappucciata, nascosta in parte dalle frasche di un abete imbiancato; si tratta di una giovane dai capelli scuri, coperta da una mantella di lana grezza. Tra le mani guantate stringe dei rametti di vischio mentre, in basso a sinistra, un putto vestito fa capolino con un mazzo di pungitopo e rose invernali. Sullo sfondo è raffigurato un monte innevato sulle cui pendici si scorge un villaggio, forse proprio la zona del Frignano, nell’Appenino Tosco-Emiliano. Toni candidi e bruni raffreddano la temperatura cromatica della composizione creando continuità e armonia visiva, interrotta solamente da punteggiature rosse e rosate di frutti e fiori.
All’interno del ciclo pittorico è possibile distinguere una forte influenza del florealismo, tipico della cartellistica pubblicitaria Liberty diffusasi in Europa con Alfons Mucha; alla fortuita commistione di fanciulla e natura Grossi inserisce il soggetto di genere, guardando a colleghi modenesi come Eugenio Zampighi e soprattutto Gaetano Bellei, del quale possiamo notare diretti riferimenti nei volti delle giovani donne e nel sorriso sornione dell’Inverno. Evidente è inoltre l’estesa conoscenza botanica del Grossi che, come sappiamo, era apprezzatissimo al suo tempo per le nature morte.
Le quattro tele hanno partecipato a più esposizioni, presenti alla prima monografica su Carlo Grossi presso il Museo di Carpi nel 1966 e successivamente alla mostra “Carlo Grossi: pittore liberty tra Emilia e Lombardia” del 2002 organizzata dai Musei di Palazzo Pio; le opere sono pubblicate a pg. 55 del catalogo a cura di G. Martinelli Braglia e P. Borsari.
BIOGRAFIA
Carlo Grossi nasce a Carpi nel 1857 da una famiglia di condizioni economiche abbastanza agiate, in quanto il padre è preside di un liceo. Grossi viene avviato subito alla pittura, frequentando appena dodicenne la Scuola di Disegno della famiglia Rossi, artisti locali. Nel 1872 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Modena e in questi anni inizia a dedicarsi alle scenografie teatrali sotto la guida dell’artista Ferdinando Manzini. Si ricorda un bozzetto per l’Aidadi Verdi, allestita al Teatro comunale di Modena durante la stagione 1880/1881. Concluso il periodo di formazione in Emilia, Grossi si trasferisce a Milano nel 1885; nel capoluogo lombardo ha modo di conoscere un gusto decorativo più cosmopolita, avanzando nella sua carriera artistica. Qui si dedica all’attività di decoratore, preferendo le commissioni di affreschi da parte di pubblici e privati; la sua pittura è molto apprezzata dai colleghi, che lo nominano socio onorario dell’Accademia di Brera. Il forte legame con l’ambiente intellettuale ed artistico che ruotava alla Società della Permanente gli permettono di vendere i suoi quadri anche a clienti esteri. Nel 1893 elabora alcuni bozzetti per la decorazione del Teatro Regio di Lisbona “Dona Amélia”, realizzato l’anno seguente e dove si esibivano attrici internazionali del calibro di Eleonora Duse e Sarah Bernhardt. Due anni dopo riceve la committenza del cavaliere Foresti per il suo Palazzo (ora Severi), per il quale dipinge i pannelli Le fasi del Giorno e della Notte, le quattro sovraporte Allegorie degli Elementi e alcuni affreschi, che riflettono l’influsso della nuova estetica Simbolista.
Nel 1900 vince il concorso per la decorazione della Chiesa di San Giovanni a Busto Arsizio, per la quale continua a lavorare per i dieci anni successivi con i collaboratori Bottaro e Caremi. Nel 1902, sempre a Busto, decora la cappella del ricovero di mendicità. Nel 1913 firma una pala d’altare per la chiesa della Visitazione di San Paolo del Brasile.
Alle commissioni religiose affianca una cospicua produzione dedicata ad un pubblico borghese, come dimostra la presenza di ritratti carichi di verismo illustrativo, tra cui il Ritratto del tenente Luigi Marchi(1920) e il Ritratto del figlio Giannino (1920, oggi alla GAM di Milano), nonché varie nature morte. Nel 1919 dipinge una delle sue opere più celebri, la serie “Le quattro stagioni”, quattro dipinti destinati alla casa Lugli in via San Francesco a Carpi. Le tele, caratterizzate da un simbolismo più mitigato rispetto alle opere di Palazzo Foresti, rappresentano un momento di piena maturità stilistica: le figure allegoriche incarnano il ciclo delle stagioni attraverso una pittura naturalistica e familiare, tendente al neo accademismo. La sua produzione, oscillante tra pittura d’accademia e fascinazioni Liberty, riflette la cultura figurativa dell’Italia settentrionale degli inizi del Novecento: un’arte elegante e misurata, attenta al gusto borghese e alla funzione ornamentale, seppur intrisa di poetica intimistica e capace di lirismo narrativo. Grossi lavora fino alla morte, sopraggiunta a Milano nel 1931. Molte sue opere sono oggi conservate presso il Museo Civico di Carpi, donate dall’artista stesso in vita e dai suoi discendenti.

































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