Musei e Gallerie d'Arte

I depositi di Galleria Borghese, una miniera di dipinti


Il team di Artiquariato è andato a visitare, in occasione della loro riapertura, i depositi di Galleria Borghese "Tesori da svelare". La visita è stata guidata dall'esperta Emanuela Settimi.

I depositi di Galleria Borghese sono una miniera di 260 dipinti tra i quali, la Madonna con Bambino di Perin del Vaga e la copia della celebre Madonna di Casa d’Alba (di Raffaello) della National Gallery di Washington. Ma perché i depositi si trovano ai piani superiori e non nelle sale sotterranee come in quasi tutti i musei? Quali sono le altre sue gemme? Andiamo a scoprirlo insieme ad Artiquariato.

depositi Galleria Borghese, _IMMAGINI_©Galleria Borghese

depositi Galleria Borghese, _IMMAGINI_©Galleria Borghese

DA SOFFITTA A DEPOSITI, LA SISTEMAZIONE DI PAOLA DELLA PERGOLA

In precedenza, i dipinti erano accumulati nel Palazzo di borgo, infatti nel secondo decennio del Seicento i Borghese avevano acquistato un isolato che veniva chiamato, per la particolare foggia della pianta, il “Cembalo” e che corrisponde al palazzo oggi in Piazza Fontanella Borghese. Con Scipione Borghese, fondatore della Villa e della collezione nei primi del Seicento, e con i suoi successori i dipinti nel palazzo al Pincio non sono mai stati fissi sulle pareti: migravano continuamente, viaggiando di sala in sala a seconda delle necessità, subendo così vari passaggi nel corso dei secoli. Il primo inventario della collezione risale al 1650, è opera del “guardaroba” (persona addetta alla custodia dei beni della residenza) Giacomo Manilli che redige il catalogo in onore di Giambattista Borghese. “La descrizione della villa” non si limita al complesso edilizio ma include le vigne e il giardino. Quando Manilli arriva a descrivere due piani della galleria fa anche un breve cenno riguardo una “chiocciola” ma non ci parla ancora del piano superiore.

depositi Galleria Borghese, crediti Giorgia Basili

depositi Galleria Borghese, crediti Giorgia Basili

Domenico Montelapici, il guardarobiere successivo, stila pochi anni dopo una nuova descrizione della villa aggiornando circa le nuove aggiunte come la Meridiana appena completata (era infatti presente solo l’Uccelliera ai tempi di Scipione). In questo caso, viene spiegato che la scala a chiocciola conta 136 scalini.
Il documento arriva anche a indicare la presenza di una soffitta, eppure ancora non si parla dei depositi. Al piano di sotto, invece, erano conservati i reperti archeologici frammentari, come le urne (nel luogo ove ora è presente la biglietteria).
Alcune stanze del piano superiore erano, all’epoca, destinate alla servitù; ora invece si trovano gli uffici della direzione, i soffitti furono decorati nel 1637 da Durante, un ebanista. È con il “rinnovamento, strutturale e decorativo, con cui nel tardo Settecento Marcantonio IV Borghese modificò l’assetto voluto dal cardinale Scipione Borghese” che molte opere trovarono ospitalità nelle soffitte dell’edificio.
Fino al Novecento i depositi erano costituiti da un unico grande ambiente. Nel 1930 furono predisposti due grandi saloni ove vennero trasferiti i dipinti. Nel 1893, il catalogo di Adolfo Venturi (che arriva fino all’oggetto “n. 500”) ci informa sulla disposizione dei quadri: erano sistemati affastellati su più livelli, come nelle vecchie gallerie. Va a Paola della Pergola, direttrice della Galleria Borghese dal 1949 al 1973, il merito di aver riorganizzato il deposito, creando come una seconda galleria.

LA DISPOSIZIONE ATTUALE DEI DEPOSITI, PER SCUOLE E GRANDEZZA
depositi Galleria Borghese, _IMMAGINI_©Galleria Borghese

Giovanni Battista, copia da Raffaello, depositi Galleria Borghese, _IMMAGINI_©Galleria Borghese

La disposizione attuale segue la divisione per scuole, epoca e grandezza. La prima area è dedicata ai seguaci di Raffaello. Vi è infatti conservato un San Giovanni Battista, di cui furono fatte 40 versioni: quella esposta agli Uffizi dovrebbe costituire forse l’originale. Interessante notare come la fortuna di un quadro era spesso dimostrata dalle incisioni che circolavano e dalle repliche prodotte.
Questa versione del San Giovannino apportò alcune modifiche al soggetto che è solitamente rappresentato coperto con una pelle di cammello. La versione di Raffaello sfoggia infatti una pelle di leopardo, il santo è giovane e imberbe ma è identificabile anche per l’attributo della canula. Si vede inoltre la fonte del Giordano che prefigura il battesimo di cristo operato dal santo.
Uno dei massimi capolavori di Raffaello, la Pala Baglioni, si trova esposta nelle sale della Borghese e venne trafugata per conto di Scipione nella chiesa di San Francesco a Prato, a Perugia. È risaputa infatti la voracità di Scipione per dipinti di qualità, anche se, nonostante tutti i suoi sforzi egli non riuscì ad assicurare alla propria collezioni dipinti di Michelangelo e di Leonardo, la Leda col cigno in collezione infatti era attribuita a Leonardo ma è in realtà una copia. Non apprezzava invece la Pittura napoletana.

I DIPINTI DI SCUOLA RAFFAELLESCA NEI DEPOSITI DI GALLERIA BORGHESE
Scipione Pulzone, Madonna col bambino, crediti Giorgia Basili

Scipione Pulzone, Madonna col bambino, crediti Giorgia Basili

Di ambito raffaellesco, nei depositi, spiccano per qualità una copia da Andrea del Sarto e delle opere di Scipione Pulzone, artista lungamente descritto da Zeri in Pittura e Controriforma, che si rende disponibile a diffondere nuovo linguaggio manierista meno intellettuale e più semplificato. Ciò è evidente in “Vergine col bambino” nell’atteggiamento dolce della madre che riprende l’ iconografia della Madonna Eleusa bizantina – con la guancia appoggiata alla testa del bambino -, che ritroviamo anche nell’icona della Salus popoli romani di Santa Maria Maggiore. Il ritorno ai sentimenti primigeni è enfatizzato anche dallo sguardo del piccolo, diretto all’esterno come a voler sostenere il riguardante, si congiunge inoltre al messaggio mistico: la Madonna tiene in mano una rosa con le spine, prefigurazione delle piaghe del Cristo e della Croce. Si notano anche i quadri di epoca barocca del Cavalier d’Arpino. Oltre a un abile pittore, il d’Arpino era anche un collezionista: è famoso l’episodio in cui Scipione riuscì a sottrarre dalla sua bottega – usando il suo potere e la sua posizione sia per farlo incarcerare sia per fargli togliere le catene – ben 107 quadri, suoi e di altri autori. Tra questi, non a caso, vi erano il Ragazzo con canestra di frutta e il Bacchino Malato di Caravaggio.

L’AMBIENTE PRINCIPALE DEI DEPOSITI DELLA BORGHESE
depositi Galleria Borghese, _IMMAGINI_©Galleria Borghese

depositi Galleria Borghese, _IMMAGINI_©Galleria Borghese

Nell’ambiente principale dei depositi lo spazio è organizzato come nelle gallerie antiche, con i quadri disposti su più ordini a seconda della loro grandezza. Si incontrano dipinti come la Crocifissione di Girolamo Scisolante da Sermoneta – pala d’altare probabilmente depredata da qualche cappella di un piccolo borgo – che continua la semplificazione formale operata dalla Controriforma e il Cristo portacroce di Giovanni de Vecchi (artista che lavorò molto a Roma e a Caprarola e con Taddeo Zuccari). L’attribuzione del dipinto è stata avanzata per via stilistica, in seguito al restauro, dalla precedente direttrice di Galleria Borghese, Anna Coliva, l’originale è di Sebastiano del Piombo. I tratti somatici della figura femminile alle spalle del Cristo potrebbero richiamare quelli di Vittoria Colonna, importante amica di Michelangelo. Sempre da Sebastiano del Piombo, precisamente dall’opera eseguita su muro nella Cappella Borgherini a San Pietro in Montorio, deriva la copia de La Flagellazione conservata nei depositi.
Copia da Tiziano, Le tre età dell'uomo, crediti Riccardo D'Avola Corte

Copia da Tiziano, Le tre età dell’uomo, crediti Riccardo D’Avola Corte

Si trova, inoltre, un copia seicentesca delle Tre età dell’uomo dall’originale di Tiziano (conservato a Edimburgo). Questa replica è attribuita negli inventari a Sassoferrato, a cui potrebbe corrispondere in base “allo stile nitido e scultoreo, ai colori rossi e blu vibranti, l’attribuzione era stata fatta sulla base del fidecommesso del 1833”. Un’altra copia dello stesso soggetto, ma questa volta cinquecentesca, si trova presso Galleria Doria Pamphilj. In cosa divergono le due copie rispetto al modello di riferimento? Nel particolare del numero di teschi – simbolo di vanitas -, nella versione ufficiale di Tiziano sono solo due, mentre qui se ne contano 4. Come mai? La risposta è stata trovata grazie a un’analisi radiografica operata sul dipinto di Edimburgo: anche nell’originale erano 4, due sono stati coperti in seguito a ripensamenti dal pittore o a causa di una manomissione successiva. Il che significa che la copia cinquecentesca è stata fatta prima della copertura dei due teschi e questa del Sassoferrato potrebbe essere stata realizzata guardando la copia o incisioni che circolavano a quel tempo.

ALTRI DIPINTI NELL’AMBIENTE PRINCIPALE DEI DEPOSITI
dettaglio da Giuseppe nel carcere di Francesco Guerreri da Fossombrone, crediti Giorgia Basili

dettaglio da Giuseppe nel carcere di Francesco Guerreri da Fossombrone, crediti Giorgia Basili

Si notano infine Giuseppe e la moglie di Putifarre di Lanfranco, con una composizione simile a quello che si trova a Palazzo Mattei (in Piazza delle tartarughe)
Nel Libro della Genesi, la moglie di Putifarre cerca di irretire l’uomo; mentre lui rifiuta le sue avance, la donna riesce a sfilargli via il mantello: questo è il momento immortalato dal pittore. Il proseguo vuole che lei per vendicarsi del rifiuto ricevuto porti il mantello al marito per provare di essere stata insidiata. È una mera casualità ma assolutamente piacevole trovare nella stessa quadreria dei depositi il quadro che racconta un momento successivo della storia biblica. Giuseppe è stato incarcerato per un atto che non ha commesso, nella scena si trova infatti dentro al carcere con due compagni di cella, un coppiere e lo stalliere del faraone. Il pittore che delinea l’episodio è Francesco Guerreri da Fossombroneamante della pittura nordica. Giuseppe usa la mano destra per mimare il numero tre con le dita: avverte uno dei prigionieri: “tra tre giorni il faraone ti farà tagliare la testa”. Giuseppe è qui abbigliato da Guerrieri come fosse un paggio elegante.
Un altro interessante scorcio ci è regalato da un quadro prima attribuito a Pier Francesco Mola e rivelatosi poi del Ribera: riusciamo a notare la schiena dell’angelo, senza ali, che piomba dall’alto verso il basso per liberare San Pietro dal carcere.

depositi Galleria Borghese, crediti Giorgia Basili

dettaglio da ritratto di Malpighi, depositi Galleria Borghese, crediti Giorgia Basili

Nella pinacoteca si nota infine un curioso ritratto, rivelatosi da poco effigie del medico e biologo Marcello Malpighi (Crevalcore 1628 – Roma 1694). Nel dipinto, lo studioso mostra un volume aperto con disegnati gli alveoli dei polmoni: una delle illuminanti scoperte di quello che è considerato il padre dell’osservazione microscopica in anatomia, istologia, fisiologia, embriologia e medicina pratica.

-Giorgia Basili

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