Scuola napoletana, XVII secolo
Caronte traghetta le anime
Olio su tela, cm 66 x 87
Con cornice: cm 83 x 106
L'opera allegata, un olio su tela di scuola napoletana attribuibile al periodo a cavallo tra il Seicento e il Settecento, affronta il tema mitologico di Caronte che traghetta le anime attraverso l'Acheronte, il fiume infernale ben descritto da Dante nella Divina Commedia. Il dipinto si distingue per un'interpretazione dinamica e intensa del soggetto. In primo piano sulla destra troneggia Caronte, la cui figura è resa con una possente muscolatura michelangiolesca, tipica della resa fisica del Barocco napoletano. Egli non è qui un vecchio barbuto, ma un traghettatore vigoroso e alato, con ampie ali scure che ne accentuano la natura ultraterrena, mentre spinge l'imbarcazione con l'aiuto del lungo remo. Le anime, ammassate sull’imbarcazione, remano a loro volta per allontanarsi dalla visione infernale che si dipana alle loro spalle, resa ancora più aspra dal paesaggio tipicamente roccioso e spoglio: figure scheletriche sembrano rivoltare le loro stesse lapidi, rendendo ancora più palpabile la tensione vissuta dai protagonisti. Un uomo con un copricapo rosso volge lo sguardo indietro in preda all'angoscia, mentre una donna col turbante si abbandona sfinita sul bordo della barca. Un dettaglio peculiare è la presenza di un putto alato che fluttua sopra l'imbarcazione, uno con una fascia bianca svolazzante. Questa inclusione è inusuale in una rappresentazione dell'Inferno, suggerendo una possibile interpretazione allegorica. L'attribuzione alla scuola napoletana tra Sei e Settecento trova forte riscontro nella lezione di Luca Giordano (1634 – 1705), il cui stile dinamico e luminoso dominò la scena partenopea e oltre. L'opera rispecchia la fase matura del Barocco giordanesco, che abbandona le ombre più cupe di Ribera a favore di una tavolozza brillante e una composizione a vortice, che infonde vita e movimento alla scena. Le pennellate veloci e la gestione della luce sui corpi muscolosi e in tensione sono cifre stilistiche di Giordano e dei suoi allievi, come Francesco Solimena o Paolo De Matteis. Giordano stesso dipinse un'opera specifica su questo soggetto, La barca di Caronte e il ratto di Proserpina, conservata a Londra (Collezione Mahon, post 1685) e poi affrescata anche a Firenze nel Palazzo Medici Riccardi. Sebbene l'opera di Giordano combini il traghettatore con il rapimento di Proserpina da parte di Plutone, l'aver affrontato questo soggetto è una conferma di quanto fosse in voga nel suo atelier o nel suo ambiente, offrendo un modello per gli artisti successivi. Il Caronte alato, più simile a un genio o un daimon che all'anziano traghettatore di Dante, si adatta bene alla sensibilità visiva di Giordano, che spesso reinterpretava i personaggi classici con un vigore fisico e una teatralità drammatica. Anche la compresenza di figure angosciate e di putti allegorici rimanda alla complessa messa in scena e alla ricchezza di invenzione del maestro napoletano, che mescolava il sacro, lo storico e il mitologico con grande disinvoltura.




































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