Napoli - II quarto del XVII secolo - Cristo Crocifisso lacerato - Cartapesta, legno e vetro
Il Cristo in oggetto è da ritenersi opera isolata di un maestro cartapestaio napoletano.
A partire dalla lezione di Caravaggio, a Napoli e in Italia meridionale si sviluppa un importante sensibilità verista, che si manifesta spesso in opere devozionali dove il soggetto contiene ed esprime il dolore e la passione che il committente poi andava ad assorbire e condividere nel suo innalzarsi a Dio.
E’ proprio qui che dagli inizi del ‘600 iniziano a prendere forma una serie di Crocifissi caratterizzati da profonde ferite e lacerazioni, di cui quella al centro del petto è identificativa dell’area geografica Napoletana (e successivamente pugliese).
Il nostro Cristo presenta una struttura cava in cartapesta, che osservando dall’interno dei fori dei chiodi appare essere realizzata con uno spesso e denso strato di fibre tessili e in parte carta, con presenza di strato di gessatura.
Infatti, per creare continuità tra le superfici in cartapesta e quelle in legno, anche queste ultime sono state rivestite nello stesso materiale.
La policromia è realizzata a tempera e gli occhi vitrei, di colore bianco ad evidenziare le sclere, presentano micropuntini dovuti alla lavorazione antica del vetro.
La bocca è semiaperta, con denti e lingua visibili e magistralmente realizzati.
L’utilizzo del blu cianotico è dovuto all’intenzione di rappresentare l’attimo del trapasso, l’ultimo respiro, in cui l’anima si diparte dal corpo e il sangue, smettendo di circolare, si rapprende assumendo il tipico colore blu.
Anche il torace è colto nell’attimo in cui si sgonfia dopo l’ultimo respiro, dato reso attraverso 2 piccole ma rilevanti rughe scolpite nel medio-basso ventre.
Questa attenzione deriva dall’interesse nei confronti dell’anatomia che in quel periodo dilagava, che ha portato numerosi maestri ad assistere a lezioni di anatomia per aggiornarsi in materia.
Dunque l’attenzione al dato reale e alla drammaticità sono il vero kunstwollen dell’artista e della committenza, che in questo caso, data anche la presenza dei segni della flagellazione e di ferite da legamento ai polsi, doveva essere con ogni probabilità un ordine minore.
Tuttavia, osservando il dato iconografico, possiamo osservare dei brani assolutamente arcaizzanti: le braccia a V, tirate all’inverosimile,che aumentano il sentimento di strazio e il movimento di torsione del corpo; la testa reclinata, il volto smunto e la barba a punta; Il perizoma rosa a righe rosse.
Tutti questi brani, ancorché non facenti parte della cultura barocca napoletana, sono in realtà quanto di più idoneo a rappresentare l’idea di quel Cristo vero, ferito, morto e sofferente, nella maniera più drammatica possibile.
Questi caratteri sopra menzionati denotano che l’autore, magari istruito dalla committenza, aveva effettuato un lavoro di ricerca a ritroso per identificare quanto nella storia dell’arte potesse più rappresentare il desiderio figurativo.
Possiamo accostare il Cristo alle opere tedesche prossime alle Vesperbild, dove la Passione raggiunge il suo apice di drammaticità, il Cristo assume pose dalla straziante torsione e il suo corpo appare derelitto, spigoloso, magro.
Anche il perizoma, che con il suo movimento verso destra equilibra la composizione bilanciando la torsione della testa, non ha nulla di barocco se non appunto il movimento audace. Si tratta dei tipici tessuti che fino al quattro-cinquecento erano in uso.
L’uso del rosa e del rosso sono una macabra allusione al sangue.
Macabro ma tutt’altro che allusivo è lo scortecciamento delle ferite, che contornate del blu cianotico, si sfogliano verso l’esterno a mostrare il sangue stagnante nelle enormi e profonde ferite.
La più caratteristica di esse è quella del costato, da cui esce un rivolo di sangue misto a visceri, che colano rappresi lungo il busto e sono realizzati a rilievo in gesso e colla, per simulare verosimilmente la dinamica.
Questa ferita è larga e profonda e attraversa tutti gli strati materiali di quella porzione di busto, lasciando osservare la lavorazione delle pareti interne della ferita.
Dunque l’opera rappresenta un unicum nel panorama barocco napoletano, in quanto il mastro cartapestaio (ma sicuramente la committenza) reperisce in un periodo storico precedente gli stilemi per incarnare al meglio il gusto e il sentimento dell’epoca, al fine di realizzare l’oggetto perfetto.
La grande qualità figurativa, l’uso sapiente del vetro, della cartapesta e del legno, la cultura visiva e anatomica delle ferite e dei colori, nonché il sapiente utilizzo della cartapesta e del colore, che hanno fatto sì che il nostro Cristo sia giunto a noi in ottime condizioni con un leggero ma diffuso cretto e microcretto, denotano l’avanguardismo e la rilevante personalità artistica dell’autore, che tuttavia rimane per adesso anonimo, afferibile alla numerosa cerchia di maestri del dramma napoletani.
A partire dalla lezione di Caravaggio, a Napoli e in Italia meridionale si sviluppa un importante sensibilità verista, che si manifesta spesso in opere devozionali dove il soggetto contiene ed esprime il dolore e la passione che il committente poi andava ad assorbire e condividere nel suo innalzarsi a Dio.
E’ proprio qui che dagli inizi del ‘600 iniziano a prendere forma una serie di Crocifissi caratterizzati da profonde ferite e lacerazioni, di cui quella al centro del petto è identificativa dell’area geografica Napoletana (e successivamente pugliese).
Il nostro Cristo presenta una struttura cava in cartapesta, che osservando dall’interno dei fori dei chiodi appare essere realizzata con uno spesso e denso strato di fibre tessili e in parte carta, con presenza di strato di gessatura.
Infatti, per creare continuità tra le superfici in cartapesta e quelle in legno, anche queste ultime sono state rivestite nello stesso materiale.
La policromia è realizzata a tempera e gli occhi vitrei, di colore bianco ad evidenziare le sclere, presentano micropuntini dovuti alla lavorazione antica del vetro.
La bocca è semiaperta, con denti e lingua visibili e magistralmente realizzati.
L’utilizzo del blu cianotico è dovuto all’intenzione di rappresentare l’attimo del trapasso, l’ultimo respiro, in cui l’anima si diparte dal corpo e il sangue, smettendo di circolare, si rapprende assumendo il tipico colore blu.
Anche il torace è colto nell’attimo in cui si sgonfia dopo l’ultimo respiro, dato reso attraverso 2 piccole ma rilevanti rughe scolpite nel medio-basso ventre.
Questa attenzione deriva dall’interesse nei confronti dell’anatomia che in quel periodo dilagava, che ha portato numerosi maestri ad assistere a lezioni di anatomia per aggiornarsi in materia.
Dunque l’attenzione al dato reale e alla drammaticità sono il vero kunstwollen dell’artista e della committenza, che in questo caso, data anche la presenza dei segni della flagellazione e di ferite da legamento ai polsi, doveva essere con ogni probabilità un ordine minore.
Tuttavia, osservando il dato iconografico, possiamo osservare dei brani assolutamente arcaizzanti: le braccia a V, tirate all’inverosimile,che aumentano il sentimento di strazio e il movimento di torsione del corpo; la testa reclinata, il volto smunto e la barba a punta; Il perizoma rosa a righe rosse.
Tutti questi brani, ancorché non facenti parte della cultura barocca napoletana, sono in realtà quanto di più idoneo a rappresentare l’idea di quel Cristo vero, ferito, morto e sofferente, nella maniera più drammatica possibile.
Questi caratteri sopra menzionati denotano che l’autore, magari istruito dalla committenza, aveva effettuato un lavoro di ricerca a ritroso per identificare quanto nella storia dell’arte potesse più rappresentare il desiderio figurativo.
Possiamo accostare il Cristo alle opere tedesche prossime alle Vesperbild, dove la Passione raggiunge il suo apice di drammaticità, il Cristo assume pose dalla straziante torsione e il suo corpo appare derelitto, spigoloso, magro.
Anche il perizoma, che con il suo movimento verso destra equilibra la composizione bilanciando la torsione della testa, non ha nulla di barocco se non appunto il movimento audace. Si tratta dei tipici tessuti che fino al quattro-cinquecento erano in uso.
L’uso del rosa e del rosso sono una macabra allusione al sangue.
Macabro ma tutt’altro che allusivo è lo scortecciamento delle ferite, che contornate del blu cianotico, si sfogliano verso l’esterno a mostrare il sangue stagnante nelle enormi e profonde ferite.
La più caratteristica di esse è quella del costato, da cui esce un rivolo di sangue misto a visceri, che colano rappresi lungo il busto e sono realizzati a rilievo in gesso e colla, per simulare verosimilmente la dinamica.
Questa ferita è larga e profonda e attraversa tutti gli strati materiali di quella porzione di busto, lasciando osservare la lavorazione delle pareti interne della ferita.
Dunque l’opera rappresenta un unicum nel panorama barocco napoletano, in quanto il mastro cartapestaio (ma sicuramente la committenza) reperisce in un periodo storico precedente gli stilemi per incarnare al meglio il gusto e il sentimento dell’epoca, al fine di realizzare l’oggetto perfetto.
La grande qualità figurativa, l’uso sapiente del vetro, della cartapesta e del legno, la cultura visiva e anatomica delle ferite e dei colori, nonché il sapiente utilizzo della cartapesta e del colore, che hanno fatto sì che il nostro Cristo sia giunto a noi in ottime condizioni con un leggero ma diffuso cretto e microcretto, denotano l’avanguardismo e la rilevante personalità artistica dell’autore, che tuttavia rimane per adesso anonimo, afferibile alla numerosa cerchia di maestri del dramma napoletani.
4 500 €
Epoca: XVII secolo
Stile: Altro stile
Stato: Sato molto buono
Materiale: Altro
Larghezza: 39
Altezza: 60
Profondità: 12
Riferimento (ID): 1751036
Disponibilità: Disponibile
Foglio di stampa





































