L’opera proposta è uno scomparto di predella, dipinto a tempera grassa su tavola e raffigurante il martirio di San Genesio, patrono degli attori, il cui attributo (un violino) è posizionato dinanzi a lui, riverso sul terreno.
La tavola è divisa in due sezioni: a destra due soggetti civili riportano all’imperatore Diocleziano che Genesio, durante una rappresentazione teatrale, avrebbe pronunciato delle frasi in lode al Cristianesimo. L’imperatore, ascoltando ed assecondando quanto riferitogli, sentenzia dunque la condanna a morte dell’attore.
A sinistra, contemporaneamente, si può osservare il martire inginocchiato in atteggiamento orante, col suo attributo davanti, mentre il boia, in posizione (ed espressione) vistosamente esasperata, si prepara a decapitare il santo con una lunga sciabola.
Dal punto di vista compositivo, la scena è semplice e razionale: le figure sussistono pressoché sullo stesso piano, divise dalla parete verticale d’ingresso all’edificio imperiale, quasi un atrio, in uno spazio aperto cinto da mura su due lati all’interno del quale si trova il trono dell’imperatore, elevato su due scalini. Le poche linee architettoniche (scalini, mura) evidenziano la prospettiva e separano razionalmente gli ambienti e le scene.
Il paesaggio è reso anch’esso con pochi elementi: sparuti cespugli costellano la radura dalle dolci collinette, attraversata da un sinuoso rio, con un’intenzione che si deve ricercare nell’esperienza nordica che nella Firenze della seconda metà del ‘400 aveva già attecchito.
Sullo sfondo, le montagne e il cielo si fondono in un unico colore.
Elemento interessante e al contempo caratterizzante sono le vesti, tipiche dell’epoca, che possiamo ritrovare anche nell’opera che più di tutte avvicina l’attribuzione di quest’opera alla produzione di Francesco Botticini, ossia la predella del Tabernacolo di San Sebastiano, realizzato nel 1480 per la chiesa di San Sebastiano ad Empoli, e che può rappresentare un termine post quem.
In tale periodo, inoltre, Botticini si trovava in una fase matura della sua carriera, con influenze di Sandro Botticelli e Filippo Lippi.
Osservando vesti e panneggi, possiamo apprezzarne la somiglianza: la caduta a piombo delle vesti della figura centrale, con pieghe strombate parallele, il panneggio voluminoso e nervoso delle figure non in piedi (Genesio e Diocleziano), identico sia nel ductus delle pieghe, sia nel modo in cui il tessuto si dispone sul piano di calpestio una volta a terra, quasi a stella.
Anche il modo ingenuo, ma estremamente espressivo dei volti, è identico, nonché un dettaglio tecnico non di poco conto, ossia la missione dell’oro nella corona e nello scettro (nella nostra opera poco leggibile), eseguita apparentemente dalla stessa mano artigiana tanto è simile il risultato.
A giudicare qualitativamente l’opera (anzi, le opere) si potrebbe giungere alla conclusione che sicuramente la pala principale è in entrambi i casi di provenienza Botticiniana, ma la realizzazione della nostra predella (quanto quella del Tabernacolo di San Sebastiano!) è probabile che sia stata realizzata fisicamente da un allievo di bottega.
Osservando con cura le due opere, anche i colori sembrano avere lo stesso impasto e le stesse tonalità, ancorché nella nostra si legge ancora uno splendido tono di rosso, vivissimo.
Sul piano storico, nel 1489, a distanza di 12 km dalla chiesa di destinazione del Tabernacolo di San Sebastiano e a 45 km dalla bottega del Botticini, veniva riaperta al culto la Collegiata titolata ai Santi Genesio e Maria Assunta, per concessione del magistrato della signoria fiorentina che accolse la richiesta pervenutagli dal preposto di San Miniato Giovanni Cavalcanti, per tramite del vicario Pier Vettori.
Purtroppo San Miniato, fino al 1622, è stata legata alla diocesi di Lucca e Firenze, dove nel ‘500 scoppiò un incendio che distrusse l’archivio… è pertanto impossibile ricavare atti che documentino la commissione di una pala per la Collegiata, che tuttavia, date le analogie stilistiche sopra citate e date le coincidenze temporali, per di più in relazione ad un santo veramente raro in Italia, ci portano a valutare con estrema attenzione tale tesi.
Lo stato conservativo della predella è tutto sommato buono: nelle aree figurate, a parte un accentuato cretto, non ci sono mancanze o ridipinture, che tuttavia sono limitate ad una porzione in azzurro della parte alta a destra e al bordo sinistro.
Probabilmente a sinistra della nostra predella correva la figurazione delle altre scene e lì è stata resecata, andando ad intaccare il bordo, che è stato dunque ridipinto.
Lievi mancanze riprese a colore successivamente si trovano nei primi 5 mm circa del bordo inferiore (e in minima parte nel bordo superiore), non compromettendo dunque la godibilità della figurazione.
Parchettatura al retro per bilanciare il naturale incurvamento della tavola.
Considerando l’età, l’opera è in buone condizioni.
Dimensioni: cm 49 x 21






































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